Un programma massimo per la narrativa

Mesi fa, nel corso di un’intervista radiofonica, parlando del proprio romanzo Dai cancelli d’acciaio, Gabriele Frasca ha pronunciato di sfuggita un programma per la narrativa: «despecializzare i linguaggi». Un programma massimo, appunto, contro quello minimo di gran parte della romanzeria d’oggi, tutta fatta di trame risapute o falsamente nuove e priva, nella sostanza, di un linguaggio. Aggiungeva Frasca che quel che resta da fare alla narrativa è «far sentire, in un’epoca, tutti i discorsi di quell’epoca». E dentro Dai cancelli d’acciaio di discorsi ce ne sono davvero tanti, al punto che a partire dal romanzo si possono aprire molte strade di discussione: politica, media, economia, persino filologia neotestamentaria…

Non c’è niente di nuovo nelle parole di Frasca, perché il romanzo – quello autentico – fa questo sin dalla nascita (il richiamo a Sterne è esplicito), eppure parlare oggi di pluridiscorsività può suonare incredibile. O per lo meno risulta estraneo e avverso a ciò che è oggi il comune senso della narrativa, che invece è fissa in un ostinato monolonguismo, tanto nell’articolazione degli intrecci (è tutto un fiorire di gialli, noir e via ammazzando e complottando) quanto sul piano strettamente espressivo (una lingua piatta, al massimo tinta di uno pseudoparlato). Ed è in questo che la narrativa si è specializzata, soprattutto all’interno dei generi, peraltro ignorando, o fingendo di ignorare, che da sempre il romanzo ha una vocazione massimalista tesa a un confronto aperto con il mondo. Con tutto il mondo.