Scritture a filo

Un’estemporanea, diacronica elucubrazione sulla vigente tecnocrazia della scrittura; una puntuale indagine metabolica sul senso della ricerca critica odierna, condotta in ambito artistico e letterario; una fotografica, fulminea panoramica dialettica, che inquadra mediaticamente le varie tipologie, politiche e sociali, della nostra dissociata contemporaneità.

Paolo Nori collaziona qui, nel libro di ultima edizione, sei dei suoi più recenti discorsi pubblici, tenuti in varie occasioni (convegni, inaugurazioni, mostre, lezioni, letture e performances) dal 2008 al 2010, attraverso i quali il brillante critico-narratore, col ben noto piglio ironico e istrionico che da sempre lo caratterizza, esamina il complicato rapporto, semantico e semiotico, che intercorre, oggi, fra la persona-Uomo e il personaggio-Cultura.

Primo punto all’ordine del giorno, o, a tutti gli effetti, del discorso incipitario – sulla cui breve estensione temporale il lettore viene immediatamente rassicurato – è proprio, dunque, come pure preannunciato fin dall’iconica quarta di copertina, la fenomenologia della scrittura, tout court.

Quale vigoroso impulso psichico, emozionale, programmatico, governa e sorregge la mano, spesso avida, dell’inesausto narratore odierno?

A che cosa si è soliti pensare, o, piuttosto, a quali elucubrazioni non si dovrebbe mai concedere la minima rilevanza, quando si è intenti nell’attività scrittoria?

Quale atteggiamento sarebbe conveniente tenere, e, soprattutto, quale compulsione andrebbe preferibilmente evitata, al cospetto di un impietoso foglio bianco?

Con un’arguta e autoironica metafora intertestuale, Paolo Nori sottolinea la diffusa preponderanza, pressoché monomaniacale, del più classico Ego autorale, per antonomasia ipertrofico e smisurato, che parrebbe contraddistinguere, ormai, e abbastanza tristemente, l’esigenza comunicativa della strenua letteratura odierna.

L’intimismo parossistico, già pure insito, per sua specifica natura, nell’attitudine compositiva stessa, risulta, quindi, degnamente parodizzato dalla descrizione, puntuale e divertita, di un’ossessiva attenzione nei confronti dell’abbigliamento, casualmente sciatto o fintamente modaiolo che sia, perpetrata, ad hoc, da un incarnato prototipo, occasionalmente tipizzato, dello scrittore in questione; identità caricaturale, questa, che lo stesso Nori fa controbilanciare dalla propria, personalissima indole, sobbarcandosi giocosamente l’ignominiosa onta che intenderebbe, invero, sbeffeggiare.

Ecco, quando son tornato a casa, mi sono accorto che sul mio taccuino non avevo preso neanche un appunto. Ero così concentrato sulle mie braghe, e sull’effetto che facevo, che l’effetto che il mondo faceva a me non aveva quasi importanza. Ecco. Io ho l’impressione che, per scrivere, sia abbastanza importante trovar delle braghe.[1]

 L’iniziale sferzata dialettica, perciò, centra il fuoco dell’attenzione sul bisogno, divenuto urgenza pressoché improrogabile, di destrutturare i canoni, etici ed estetici, di un’arte che parrebbe incontrovertibilmente votata alla sintomatica autoreferenzialità del singolo individuo, a discapito di una più lucida e contestualizzata analisi degli effettivi processi economici, politici e culturali che si avvicendano nell’odienra società (a)reale.

Strettamente congiunto con questa prassi antropocentrica e antropomorfizzante del vivere comune,  altro e, possibilmente, ancor più pericoloso, è il monopolio della pretesa perizia interdisciplinare moderna, sulla quale si impernia, proseguendo, pur senza cambiar mai registro satirico, l’aneddotica ragionativa di Paolo Nori.

Entriamo, allora, nel regno dell’iper-competenza tecnica, o meglio, dell’autocertificazione di una qualsiasi garanzia di custodia del sapere specialistico, ostentato e stancamente reiterato, rimarcato nel cieco sbandieramento delle più elitarie competenze settoriali.

L’amena figura dell’ “esperto” in materia, di colui che è – o, quantomeno, dovrebbe essere – edotto, più di chiunque altro, in uno (plausibilmente, uno solo!) dei multisfaccettati campi della conoscenza umana, diviene, ancora una volta, eponimo bersaglio e ridanciano alter ego di Paolo stesso, il quale, già in primissima battuta, si affretta a precisare:

Allora ci tenevo a chiarire subito che non sono un esperto di arte moderna, né di arte antica, del resto, a me viene anche da dire che non sono un esperto di niente, e questo non è che mi dispiaccia, anche per via che gli esperti, ultimamente, ne spuntan da tutte le parti, a me viene il dubbio che abbia ragione uno scrittore italiano contemporaneo quando dice che una volta c’erano i delinquenti, adesso ci sono gli esperti.[2]

 Quello che Nori tende palesemente a criticare, è ancora e sempre il rimando indefesso alle minute, singole doti dogmatiche di cui è solito ammantarsi, a mo’ di presa di coraggio, l’uomo-medio di media-cultura, o, per meglio specificare il nocciolo del problema, il tipico portavoce della novella cultura mediatica e mass-mediatica.

Le dichiarazioni autocelebrative e cerimoniose di competenza fattiva e di indubbia preparazione, culturale e artistica, in qualsivoglia campo, lasciano troppo spesso scoperto il fianco del dubbio, dell’autocritica, della curiosità esplorativa che, invero, proprio a garanzia di un sincero e significativo percorso di ricerca ontologica, non dovrebbero mai essere così pubblicamente svilite, indebitamente sottovalutate o placidamente date per assodate.

Attingendo, come di consueto, ad una fittissima ed eterogenea agenda degli impegni quotidiani, Paolo Nori continua a sottintendere quanto sia cinicamente esasperata l’involuzione, per dir così, curriculare e conoscitiva, che impera nel nostro volubile regime societario, tutto proteso verso  un’iperbolica parabola discendente, rimescolata e mistificata da una feroce spersonalizzazione analogica e da una sempre più diffusa trasposizione digitale.

Cioè delle volte è come se tutto fosse diventato una finta di scuola dove hai continuamente dei finti professori che fanno finta di darti il voto e tu devi far finta di saperne altrimenti fanno finta di bocciarti[3]

Ben lungi, essenzialmente, dal voler glorificare o, piuttosto, incentivare una pietosa e dilagante piaga di asfittica ignoranza, Paolo Nori ammicca alla pretesa parcellizzazione dei saperi, tutta maliziosamente italiana, riportando significativi esempi di una sagace ricognizione filosofica, potendo attingere – lui, sì, che pure rigetta la quasi ostinatamente denigrata qualifica di “esperto” – ad un bagaglio critico e letterario davvero eteroclito e consustanziale, che spazia dai lumi fondamentali di Benjamin e Freud, allo straniamento di Sklovskij e Kulekov, dalle elucubrazioni sulla science fiction di Fruttero e Lucentini, alle riflessioni storiche e politiche di Simone Weil.

La cattedraticità della cultura, dunque, si svela, in ultima istanza, il bersaglio d’elezione di questo svelto excursus metanarrativo, sviscerato da un autore che, in primis, rifiuta il merceologico conformismo della stolida forma letteraria canonizzata, mirando, sostanzialmente, a svincolarsi da qualunque imposizione dogmatica.

La critica di Paolo all’accademismo elitario d’antan conduce la ferocia della sua sapiente sincerità fin quasi alla belligeranza, specialmente nelle autobiografiche confessioni riguardo una nostalgica carriera da studente universitario, non esattamente modello, data la spiccata verve autonimistica; con lo stesso disappunto, però, parallelamente, Nori non manca di indignarsi, seppur ironicamente, contro il più facile, deteriore e indigesto populismo di rimando.

Oggi, invece, sembra che si possa scrivere quello che si vuole, non si dà fastidio a nessuno, io tutte le volte che apro il mio profilo facebook trovo cinque o sei post che parlano male del presidente del consiglio, che prendono per il culo i suoi ministri, e mi chiedo a che cosa serve, e a chi serve, e mi rispondo che serve a quei miei amici di facebook non per essere nel mondo, non per pensare, per prendere parte, non per preoccuparsi, per non preoccuparsi, e mi viene in mente una volta, a un convegno, che avevo di fianco a me un sindacalista, e che dopo aver sentito una decina di interventi in cui, in ogni intervento, si parlava del presidente del consiglio come dell’origine e della spiegazione di tutti i mali, questo sindacalista, segretario del sindacato più a sinistra che si possa immaginare, si è voltato verso di me e mi ha detto Io quello lì, cioè il presidente del consiglio, spero che muoia, ma mica per lui, perché così almeno la smetteremo di giustificare tutto quello che non riusciamo a fare con il fatto che c’è quello lì, ecco, oggi, dicevo, si può dire quel che si vuole, si può scrivere quello che si vuole, si può pensare quello che si vuole, se ci si riesce. Perché… Non so.[4]

 Sa bene, invece, Paolo, in questa celere e intuitiva raccolta di disquisizioni teoriche e di pratiche riflessioni argomentative, come applicare ad una giocosa prassi diaristica, solo apparentemente orientata al quotidiano, la disciplinante e indisciplinata tecnica dello straniamento critico e letterario; Nori formalizza, quindi, la sua puntuale indagine artistica, ideologica e idiosincratica, in un vivido linguaggio anticonformista, che funge esattamente da filo a piombo, quale strumento drasticamente autocosciente, tutto proteso verso un’onesta verticalizzazione storica e culturale nella nostra attuale società.

 

Paolo Nori, La meravigliosa utilità del filo a piombo, Marcos y Marcos 2011


[1]Gli Specchi, 20 novembre 2009

[2] Un mondo di esperti, 27 Novembre 2008

[3] Un mondo di esperti, 27 Novembre 2008

[4]Noi e i governi, 19 settembre 2010