Tesi di filosofia della poesia

Ogni volta che si critica il lirico, i seguaci del bel verso tornano a indignarsi che si è toccato il loro terreno. Sembra quasi che esista un confine dal quale bisogna tenersi lontani.

I depositari del verso lirico, siano essi autori siano essi critici, non contemplano nessun elemento che possa dirsi antitetico al loro interpretare il testo. Il discrimine diventa la vuota consistenza teorica concessa dalla leggibilità del testo. Continua a leggere

E Volponi?

Più che dagli scaffali delle librerie, dal nostro dibattito culturale sembra scomparso Paolo Volponi. Di altri autori del Novecento non si finisce mai di parlare (Pasolini su tutti), anche a sproposito, ma di Volponi si dice poco o nulla. Sembra autore chiuso in una dimensione politico-locale, riservato a comunisti e marchigiani, per semplificare. Minoranze, appunto. Continua a leggere

Pubblico privato

Lo scambio netto tra la dimensione privata e quella pubblica è avvenuto, ormai oggi, inconfutabilmente.

Fenomeno, questo, che abbraccia non soltanto la letteratura, come, in via più generale, l’intero campo delle creazioni artistiche, la qual cosa, già tuttavia, non risulterebbe di certo poco deprecabile; ebbene, l’inversione di marcia si avverte altresì drasticamente, persino negli interstizi progettuali dell’attuale strategia politica, come anche nell’ermeneutica precaria del dato economico, fino a contagiare la sfera umana più privata, quella degli affetti intimi, delle dinamiche familiari e, quindi, della prassi quotidiana di ciascuno di noi. Continua a leggere

(Auto)critica

Non so se sia mai esistita un’età dell’oro della critica militante (o di qualsiasi altra cosa), sta di fatto che questi sono davvero tempi difficili per chi intenda davvero farla, la critica. Cioè per chi voglia discriminare, perché è poi questo che la critica deve saper fare: dire, magari azzardando, questo è buono e questo no. E invece i tempi, l’invasività del mercato, l’ossessione editoriale del fatturato, impongono altro. Continua a leggere

Il postmoderno, ex post

La notizia della pubblicazione in Italia di Teoria degli adattamenti di Linda Hutcheon (Armando Editore) dà da pensare. Si tratta del primo libro della Hutcheon tradotto in Italia, e questo è sicuramente un bene (verrebbe da dire che era ora); eppure la notizia buona mette in luce il terribile ritardo con cui arriva nel nostro paese il pensiero critico dell’autrice canadese. Hutcheon è la classica figura molto citata, ma poco letta; in questo è in buona compagnia, assieme all’altro studioso e teorico del postmodernismo, o postmoderno che dir si voglia, Fredric Jameson, la cui opera fondamentale è stata tradotta in Italia “soltanto” sedici anni dopo la pubblicazione originale. Continua a leggere

Where things have no names

`This must be the wood, she said thoughtfully to herself, `where things have no names. I wonder what’ll become of my name when I go in?[] And how, who am I? I will remember, if I can! I’m determined to do it!’ But being determined didn’t help much, and all she could say, after a great deal of puzzling, was,`L, I know it begins with L!’

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Entrando nella foresta dove le cose non hanno nome, i nomi, per l’appunto, scompaiono. Alice s’accorge all’improvviso di aver smarrito anche il suo e, seppur sforzandosi, riesce a ricordarne soltanto la lettera iniziale, per di più errata: L. Continua a leggere