Ci libereremo mai della commedia all’italiana?

Che l’Italia non sia un paese adatto al tragico è cosa piuttosto nota: lo si può constatare tutti i giorni, ma anche guardando alla nostra storia più o meno recente.

Che la campagna elettorale da poco conclusa non sarebbe stata certo contraddistinta dai toni della tragedia era cosa nota ancor prima dell’inizio della corsa elettorale (sempre ammesso che fosse mai finita, dal momento che, da almeno venti-venticinque anni, sembra di essere costantemente in campagna elettorale). L’unica vera tragedia, che ha comunque pesato sul clima del voto, è stato l’attentato neofascista di Macerata; tuttavia si è trattato di un episodio non direttamente collegato alle elezioni.

Che la campagna elettorale si sarebbe giocata nei toni della commedia era prevedibile: i congiuntivi di Di Maio, il giuramento di Salvini sul Vangelo, l’ennesima riapparizione di Berlusconi, fino al vero capolavoro, quel momento di pura e semplice commedia all’italiana che è rappresentato dagli spot elettorali del Pd, quelli con il padre che discute con la famiglia perché non vuole votare Pd. Il secondo episodio in particolare, con le allusioni sessuali della moglie che cerca di convincere il marito a votare il Pd perché alla fine, anche se litighiamo, ecc. ecc., è inarrivabile: contiene in sé la propria parodia, è scritto con un cinismo incredibile.

La sera del 4 marzo, tuttavia, un barlume di tragedia è apparso agli occhi degli italiani: la sonora sconfitta del Pd e soprattutto di Renzi. Ebbene, solo lui avrebbe potuto incarnare, almeno per una volta, il tragico, indossare i panni dello sconfitto che se ne va tragicamente ma gloriosamente, che, dopo un discorso di altissimo valore retorico, abbandona il campo raccogliendo applausi persino tra gli avversari.

La grandezza tragica della sconfitta non fa per Renzi, però, come non fa per gli italiani (cui Renzi somiglia moltissimo, nella sua tipicità di maschera). E così (non) è uscito di scena con un discorso ridicolo, da ciarlatano, senza nemmeno il tono enfatico e teatralmente efficace del suo modello («l’Italia è il paese che amo»).

Basterà guardare il video del suo discorso per chiedersi ancora una volta: ci libereremo mai della commedia all’italiana?

Eccesso di zelo?

Magari non tutti sanno che cos’è il RAV, cioè il Rapporto di autovalutazione delle scuole. Ebbene, si tratta di un documento che, secondo quanto scrive il Ministero dell’Istruzione, «fornisce una rappresentazione della scuola attraverso un’analisi del suo funzionamento e costituisce inoltre la base per individuare le priorità di sviluppo verso cui orientare il piano di miglioramento».

Il RAV è un documento trasparente, che, una volta redatto dal dirigente e da un gruppo di docenti, viene pubblicato sul sito Scuola in chiaro, dove chiunque (in primo luogo i genitori) può leggerlo e farsi un’idea dell’offerta formativa di quel determinato istituto.

Ora, nella sciagurata vicenda del liceo Visconti di Roma (ma anche di altre scuole sparse per la penisola) sollevata dall’articolo di Corrado Zunino pubblicato ieri da «Repubblica», il RAV ha un ruolo chiave. È infatti all’inizio del documento, dove si parla della popolazione scolastica, che si trovano le parole incriminate. Eccole: Continua a leggere

Dialoghi di Astolfo e di Fulgenzio. II

Fulgenzio: E dunque, secondo la tua opinione, si ride troppo della politica? Da quando ti sei trasformato in un paladino del potere?
Astolfo: No, non si ride troppo: si ride male.
Fulgenzio: Esiste allora un riso giusto e per contro se ne dà uno sbagliato?
Astolfo: Più o meno.
Fulgenzio: E quindi, sentiamo, la satira andrebbe abolita?
Astolfo: La satira, la satira, non se ne può più… Continua a leggere

Dialoghi di Astolfo e di Fulgenzio. I

Fulgenzio: Ma tu, Astolfo, come giudichi questo nuovo incubo arancione?
Astolfo: L’arancione è un colore che apprezzo, l’ho sempre trovato gradevole all’occhio…
Fulgenzio: No, ma io parlavo per metonimia: intendevo il nuovo presidente americano.
Astolfo: Americano, appunto, l’hai detto.
Fulgenzio: Vuoi dire che egli incarna i valori dell’America nel senso… Continua a leggere

È cominciato tutto con le discipline umanistiche?

A quelli (soprattutto gli scienziati, oggi) che si stupiscono e si indignano e si arrabbiano di fronte ad affermazioni discutibili, se non addirittura ridicole, riguardo ad alcuni ambiti scientifici (la medicina, per esempio), vorrei dire che chi, come me, si occupa al contempo di letteratura e di scuola, sa bene che tutto questo è cominciato tanto tempo fa, proprio in campo umanistico. Continua a leggere

Dall’ideologia come vita di Pasolini alle vite dismembrate dell’essere

Alda Teodorani, Gramsci in cenere. Dal rosso al nulla, Stampa Alternativa

Sbaglierebbe, a mio avviso, chi si fermasse alla superficiale, etimologicamente intendendo l’aggettivo, impressione che il romanzo sembra sottendere: il racconto di una disillusione.

Sbaglierebbe ancora chi si soffermasse nella caducità ideologica che il titolo suggerisce: il dispiegarsi del senso della storia verso la propria fine.

Credo ci sia altro. Continua a leggere