[Cercavamo due cose.
La prima: uno spazio, nel blog, dove poter collocare tutte le cose che non rientravano naturalmente nelle categorie preesistenti: cioè recensioni, note "diaristiche", interventi teorici ed altro; categorie caratterizzate tutte dal loro essere uno scrivere "attorno", "in rapporto a", piuttosto che uno scrivere e basta. (Sempre che sia possibile, nella contemporaneità, una scrittura che non sia già nel suo stesso atto, o forse prima, in debito con la tradizione, "glossa", pertanto, ad ogni altra scrittura.) Ci interessava quindi uno spazio adatto a scritture lontane da una precisa, cogente, disciplinata, referenzialità.
La seconda: un nome. "Perelà" ci è sembrato attraversare felicemente innumerevoli fronti, tutti perfettamente congrui alla questione in atto; è inoltre un romanzo che amiamo; e il suo protagonista, un omino di fumo, con la sua stessa consistenza, in perenne rischio di dissolvimento, è un po' come il tenue "filo" della scrittura; un po' come la sua sostanziale impermanenza, come il rischio vitale che questa corre, nel tempo che andiamo percorrendo.
Insomma: perelà.]
Il sogno
di quel pomeriggio fu un sogno imberbe e dolente, impregnato di una luce grigiastra e omnidirezionale, com’è la luce dei sogni. Fatto sta che lo lasciò aperto nel mezzo, scisso da una frattura divaricata, quasi oscena, al fondo della quale sembrava agitarsi un vortice color rubino che aveva la consistenza dolorosa e rancorosa che solo il tempo sottratto sembra avere. Continua a leggere→